Confusione sulle rive del Po

Come ci si libera da un momento in cui si rimane incastrati?
In-castrati.
Castrati.
Incapaci di produrre altro all’infuori di quel momento.
Produrre.
Ri-produrre.
All’infinito: come un circolo continuo.
Una centrifuga di ricordi,
in cui tutto gira attorno a quello stesso momento.
Fisso.
Tutto rimane immobile.
Intrappolato.

Ci si incastra negli attimi
come ingranaggi di un tempo che improvvisamente smette di funzionare.
La stessa immagine che ritorna.
Ancora. E ancora.
Non ci si stanca di pensare sempre alle stesse cose?
Incastro.
Incastro.
In-ca-stro.
Non riesco a pensare ad altro al di fuori di questa parola.
Una parola che incastra.
Sono in trappola.
Intrappolata in un delirio di parole come gabbie d’oro.
Parole come momenti.
Momenti come fotografie, sbiadite ma indelebili.
Un fermo immagine che assume i contorni di un ricordo.
Il primo ricordo.
Un suono, una dolce melodia.
Ma non fa male: è troppo dolce per farlo.
Il sorriso fa male, quello sì: la paura del dolore che svanisce.
La paura di essere andati avanti, mentre quel momento è ancora fermo.
Congelato.
E si finisce per rimanere incastrati, in ogni caso.

Impossibile sfuggire.
Tu,
sei sfuggente.
E tutto si fa confuso,
sbiadito.
O forse sei tu ad essere confusa: stai sbiadendo.
La tua sfuggevolezza ti fa affievolire, lentamente.
Dissolvenza.

E il mondo appare sempre più lontano.
Tu,
sei lontana.
Incastrata in un momento che ti porta via da tutto il resto
Ti lasci trascinare dalla corrente degli eventi,
come una foglia atterrata,
atterrita,
inerme,
posata sul letto di un fiume.

Un delirio che straripa.

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Mancanza.

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Ogni tanto qualcosa si spezza.
Non succede per un motivo particolare, semplicemente capita. Non si sente nessun rumore: non te ne accorgeresti neanche, se non fosse che all’improvviso senti mancare qualcosa.
Il peso dell’assenza.
È quello che ti frega. Un senso di vuoto pieno dei sentimenti che non vorresti provare, mai. E invece ti si ripresenta, di tanto in tanto, nella forma di un ospite inatteso e poco desiderato che si accoccola in quell’angolino a tempo indeterminato.
È così che finisci per ricercare ancora una volta le notti, con la loro rassicurante oscurità e solitudine: un modo per fuggire, da te stesso, dagli altri, da quell’ospite.
Per fuggire,
e basta.
Ma non basta.
Cos’è che basta,
allora?
Cos’è che basta.
Basterà, mai,
qualcosa?
Basterà, mai,
quando la natura dell’uomo è incontentabile?
Incontrollabile.
Incalcolabile.
Labile.
Instabile.
Perennemente insoddisfatta.
Mancherà sempre qualcosa, perché sei tu a farla mancare.
Ma che importanza ha,
in fondo?
Che importanza ha,
in fondo,
la mancanza
se sei tu per primo una mancanza?

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Tristezza.

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Il buio nasconde il mio volto triste. Tante volte sono riuscita a sfuggire in questo modo agli sguardi inquisitori di chi mi avrebbe visto spegnere all’improvviso. Come lo spiegheresti, agli altri, che non puoi farci niente? Che basta un attimo, un micro pensiero, un ricordo sbiadito, una parola distratta, e dentro di te qualcosa si rabbuia. È incontrollabile. Hai dentro una tristezza che è cresciuta nel tempo, che è cresciuta con te, e devi portartela appresso perché quella tristezza sei tu. È parte di te. E così, insieme al resto, devi tenerla con te non come uno stato d’animo che puoi assumere ogni tanto, ma come fosse un tuo difetto. Una tua particolarità. “Ho gli occhi azzurri, un neo vicino l’occhio sinistro, il 39 di scarpe, e ho anche la tristezza. Sí, la tristezza. Come dice? Ha ragione, lo so che è una brutta bestia, quella. Ma sa, così come ci sono le persone ritardatarie, quelle che proprio non ce la fanno ad arrivare puntuali neanche se si sposta avanti il loro orologio, ecco, io sono triste. Sí, ho questa cosa che mi prende la tristezza all’improvviso. Un po’ come gli scatti d’ira. Ma più pacati, e più tristi”. Chi ti capirebbe mai se cercassi di spiegarlo in questo modo?
E allora ecco che il buio mi salva. La notte, che io ho sempre amato, tante volte mi ha fatto da scudo, aiutandomi a camuffare sguardi grigi che non avevano voglia di farsi vedere.
Puoi essere triste, la notte, perché nessuno ti guarda. Ma se a guardarti è la tristezza, chi può venire a salvarti?

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Infanzie strappate.

Nessun figlio dovrebbero essere responsabile dei propri genitori. Ma come glielo spieghi, questo, ad un bambino che nella sofferenza della madre è cresciuto? Come glielo spieghi che dovrebbe essere più egoista, che dovrebbe pensare a se stesso e all’infanzia che non vivrà più? Non te li restituisce nessuno, quegli anni. Nessuno. Una volta che si perdono, non si torna più indietro. E ti ritrovi adulto e cresciuto, ma con un vuoto dentro, un pezzo mancante. Quello di un’esperienza che non hai fatto e a cui non puoi rimediare. Non si dovrebbe crescere in fretta. Nessun genitore dovrebbe permetterlo ai propri figli. Ma sempre più spesso i ruoli si confondono: figli che fanno da genitori, genitori che restano bambini. Un miscuglio senza fine. Dove a pagare il prezzo più grande, come sempre, sono i più piccoli. Infanzia rubata. La spensieratezza che fugge via dalle mani, senza avere neanche il tempo di rendersene conto, di capire cos’è, com’è, cosa si prova a viverla. Ad essere naturali, per una buona volta. Disinvolti. Rapiti da quella semplicità che ti permette di essere felice con poco, senza pretese. E invece no. Figli che vengono precocemente strappati via da quel mondo e buttati di fronte al dolore, al disastro, al disagio di un’esistenza che imparano a conoscere troppo precocemente. Inermi e senza difese. Nudi di fronte ad una realtà troppo enorme da poter contenere, si ritrovano a fare i conti con quel genitore troppo malandato per poter essere idealizzato. Troppo fragile per poter fare il genitore. Una fortezza espugnata, di cui ormai restano solo delle rovine che bisogna preservare al meglio. Principe di quel castello diroccato, cosa può fare, un figlio, se non prendersene cura come meglio può?

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Mostri.

Vincent Van Gogh - Notte stellata (1889) - senza bordo

C’è stato un tempo in cui dormire era più facile, sentivo di avere addosso una maggiore
semplicità.
Ma poi, all’improvviso, sono arrivati i mostri. Non quelli sotto al letto, o nell’armadio, quelli per cui basta la luce di una torcia e un po’ di audacia per scacciarli via. No. Sono arrivati quei mostri che hanno iniziato a fare la tana dentro di me, e l’hanno trovata così confortante da decidere di trasferirsi in modo stabile. Ma come si fa a scacciare degli inquilini che si impossessano di te stessa? L’audacia non basta. La torcia neanche: è un buio troppo profondo da illuminare. Sono vivi, quei mostri. Li sento muoversi, li sento agitarsi, tendersi nelle mie interiora fino a quasi squarciarle, ad aggrovigliare tutto, fino a far contorcere l’intero mio corpo. Di notte.
Sì, c’era un tempo in cui dormire era più facile. Ma poi sono arrivati i mostri, e le notti hanno assunto una sfumatura diversa. Sono diventate vive, piene di tensione. Sono un
brulicare di pensieri ammassati, un’orchestra di bisbiglii che non riesce ad andare a tempo, sono il tormento del condannato alla stanchezza eterna che chiede pietà ma non viene ascoltato. E tutto questo per colpa dei mostri che hanno fatto il nido. Quel nido che ha le sembianze di un buco nero posto proprio lì, all’altezza della bocca dello stomaco, e che sembra attirare attorno alla sua orbita tutto l’angoscia che sono in grado di contenere. Un ammasso di angoscia che ruota attorno ad un buco nero che non si decide a risucchiarla. E finisce che in quel vortice di confusione la stanchezza resta ma il sonno si perde. Il corpo, dall’esterno, implora riposo, ma la mente, dall’interno, è troppo attiva per dargli tregua. Mente e corpo. Mente e corpo. Mente. E corpo. Possibile che debba ridursi tutto ad un dualismo? Ad una estrema lotta tra due parti? Deve essere proprio così infimo il conflitto a cui sono legata da tempo? Intrappolata davanti ad un foglio elettronico, con gli occhi pesanti ma sbarrati, cerco di capire perché non riesco a cedere al richiamo della stanchezza, a sventolare la bandiera bianca della resa. Ma tutto si offusca, si perde nella nebbia delle lacrime mai venute fuori, e non capisco più se è il tormento a tenermi sveglia, o se sono io a tenere sveglio il tormento.

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Com’è che ci si perde?

Com’è che ci si perde?
Quand’è che ha avuto inizio
questa sensazione?
La perdizione.
Perdizione.
Per-di-zione.
E gli altri?
Dove finiscono gli altri,
il mondo, la realtà?
O forse tu.
Tu.
Dove finisci,
tu?
Tumb.
Il rumore di te che cadi al suolo
in questo spazio nuovo.

Com’è che ci si perde?
Quando
cammini per strada e vedi
solo le tue scarpe
che si inseguono.
Quando
sei in mezzo alla gente e vedi
solo le tue mani
che ondeggiano.
Voci
e rumori
che a te non arrivano
perché troppo in profondità,
lì dove tutto è ovattato…
ato…
ato.
Tutto,
al di fuori di te.

Com’è che ci si perde?
Persa.
Persa.
Persa.
Persa!
Sono persa, e allora?
Espulsa dalla realtà
come una figlia ripudiata,
vago
senza meta
tra pensieri densi.
Lenti.
Intensi.
Ma poi, alla fine di
tutto questo vagabondare,
com’è che ci si ritrova?

E all’improvviso,
la voce di
uno sconosciuto
mette insieme parole
che non ti aspettavi di sentire.

“Scusa, mi ero persa.”
“Tranquilla, prima o poi qualcuno ti verrà a recuperare.”

Verrà?

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Tristezza.

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Non te ne liberi. Della tristezza, dico, non te ne liberi. Come dici? No, non si tratta delle persone, o dei luoghi, o dell’impegno che ci metti. Va così e basta. Una mattina ti svegli, fai il resoconto del tuo ultimo mese per capire come stanno andando le cose, quasi sorridi perché non è poi così male, sì, arrivi persino a pensare che potrebbe essere la volta buona per essere felice senza troppe complicazioni – pensa tu! -, ma ecco che esci dalla camera da letto, volti l’angolo della cucina e la tristezza è lì che ti aspetta.
Sì, lo so, lo so, se ne parla anche fin troppo di questo. Ma non è quel di cui vorrei scrivere realmente. Non è la tristezza in sé quel che fa più male. La cosa peggiore è la sensazione di vuoto che non ti abbandona mai. Come se fossi un giocattolo difettoso per il quale non esistono pezzi di ricambio: sei destinato a restare così. Con gli attacchi di tristezza improvvisi, il senso di vuoto che ti divora da dentro e la solitudine che ti circonda da fuori. Difettoso, e proprio per questo perennemente insoddisfatto. Ed è tutto un circolo, routinario come questo maledetto mondo: ti illudi di poter star meglio in un luogo nuovo, circondato da persone nuove. E allora fai di corsa le valigie, scappi in un posto mai visitato prima, mandi tutto all’aria per ripartire da zero, cammini per strade sconosciute sentendoti libero e rinato, sorridi a volti che vedi per la prima volta, ti senti leggero, senti che questa sia la volta buona, che quello è il posto, il momento, la persona. È. Ma, ancora, volti l’angolo della prima strada che imbocchi ed ecco che ad attenderti c’è sempre la stessa, inconfondibile, instancabile, solita, tristezza. E si riparte col senso di vuoto, con tutti i “ma dove ho sbagliato”, “cosa ho io di sbagliato”, “sarò mai in pace con me stesso”, con il senso di smarrimento, il sentirsi fuori luogo, inadatto, confuso, con i “ma dove sto andando”, “chi credo di prendere in giro”, “non ne uscirò mai”, con la paura di doversi trascinare appresso questo coltello nel cuore per tutta la vita, come se non ci si potesse fare niente. E poi si torna a stare meglio. E poi si sprofonda nuovamente nel buio. Ed è tutto un alternarsi di speranze e disillusioni. Speranze. E disillusioni. Ma il senso di vuoto resta lì, a farsi spazio tra le viscere, a fotterti il cervello instillandoti pensieri tormentati, un po’ come la tua persona. A farti chiedere perché, mille perché a cui risulta difficile trovare parole che possano dare l’illusione di una consolazione. Solo dubbi. Solo dubbi e tormenti. Sei piccolo, sei un misero, insignificante essere umano che cerca di lottare contro qualcosa più grande di lui, qualcosa che si è insinuato ancor prima della sua coscienza, qualcosa di cui è pregna questa terra. E alla fine arriva la stanchezza a sbiadire i pensieri e mettere a tacere ogni tentativo di cercar risposte. Ma è solo una tregua momentanea. Si sa che domani tutto si ripeterà come sempre: forse la tristezza non starà ad aspettare in cucina, forse sarà in salotto, o nella stessa camera da letto. Ma ci sarà.
Non te ne liberi. Della tristezza, dico, non te ne liberi.

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