Distanze.

Cazzo. 
Iniziare con questa parola è sicuramente un ottimo modo per attirare l’attenzione. Ma a cosa serve l’attenzione altrui se non si riesce a dire ciò che si vorrebbe? Le parole si accumulano, tappandomi la gola, e tu sembri sempre più distante. Distante. Distanza. Cos’è la distanza? Una bestia feroce che ti divora lentamente, una bestia a cui piace vederti soffrire e invece di ucciderti, quando sei ormai in fin di vita, ti lascia agonizzante. Lì. Nell’angolo in cui sei finita nel tentativo di fuggirle. Ma con la carne ormai a brandelli, come ci si può risanare? Una via d’uscita esiste? Un modo per guarire, almeno un po’. Non pretendo di tornare in forma, quello no, ma almeno imparare a sopportarlo questo dolore. Riuscire ad accettarlo. 
È colpa del cuore. È il cuore che non si acquieta. Così finisci per accorgerti che è tutto un vortice, un’infinita catena di eventi, pensieri, azioni, piccoli gesti, parole che, inevitabilmente, ti riconducono esattamente lì: nel posto dal quale cercavi di fuggire. E si ricomincia, ciclicamente. Scappi per tornare dove sei. 
Quello che non capisco, però, è come si finisce in questo circolo continuo. Come? Quando? Qual è quella sottile linea che nessuno di noi dovrebbe superare? Perché nessuno la mette bene in evidenza? Perché cazzo nessuno ti avverte mai di non oltrepassarla? E poi. E poi. E poi. 
Sappiamo tutti come va a finire. Tu qui. Lui lì. Il dolore nel mezzo. Un dolore lungo chilometri, un dolore che ha le sembianze di un’ingiustizia e che semina tristezza. Già, tristezza. Perché, tra tutto, è questa la cosa peggiore: non c’è posto per la rabbia. No, non riesci neanche più ad arrabbiarti. Ci fosse quella, almeno, un motivo per reagire lo troveresti. E invece no, solo tristezza. Ma non una qualsiasi, non è sufficiente, ti prende la peggiore delle tristezze: quella che ti lascia addosso un senso di vuoto, di schifo, di incredulità. La conosciamo un po’ tutti quella sensazione, ammettiamolo. Il problema è che ogni volta non ci ricordiamo mai come eliminarla. 
Ma a che serve parlare di tutto questo? Blatero, blatero ma sono comunque qui, immersa in un mare di fango che fingo di ignorare. Vedete? Il problema non è entrare, perché quello, in un modo o nell’altro, riesce sempre. Ma uscire? Come si esce? Come si esce? Come cazzo si esce da qui? Incastrata tra pensieri e desideri: sembra di essere su un’altalena in perenne movimento da cui non si riesce a scendere. Né a fermarsi. Ecco, fermarsi. Neanche quello. Si oscilla, ci si dondola e con il tempo questo continuo barcamenarsi da un pensiero all’altro finisce per farti sentire cullata dagli eventi. Ci si incastra così, con le nostre stesse mani: è quello il problema. 
Cazzo.

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Informazioni su Miriana

"Perché sfotti così la tua bellezza?" le chiesi. "Perché non ci vivi insieme, e via?" "Perché la gente pensa ch'è tutto quel che ho. La bellezza non è niente, la bellezza non dura. Non lo sai quanto sei fortunato, tu, a essere brutto, ché se a qualcuno gli piaci, così sai che è per qualche cosa d'altro."
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