Tristezza.

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Non te ne liberi. Della tristezza, dico, non te ne liberi. Come dici? No, non si tratta delle persone, o dei luoghi, o dell’impegno che ci metti. Va così e basta. Una mattina ti svegli, fai il resoconto del tuo ultimo mese per capire come stanno andando le cose, quasi sorridi perché non è poi così male, sì, arrivi persino a pensare che potrebbe essere la volta buona per essere felice senza troppe complicazioni – pensa tu! -, ma ecco che esci dalla camera da letto, volti l’angolo della cucina e la tristezza è lì che ti aspetta.
Sì, lo so, lo so, se ne parla anche fin troppo di questo. Ma non è quel di cui vorrei scrivere realmente. Non è la tristezza in sé quel che fa più male. La cosa peggiore è la sensazione di vuoto che non ti abbandona mai. Come se fossi un giocattolo difettoso per il quale non esistono pezzi di ricambio: sei destinato a restare così. Con gli attacchi di tristezza improvvisi, il senso di vuoto che ti divora da dentro e la solitudine che ti circonda da fuori. Difettoso, e proprio per questo perennemente insoddisfatto. Ed è tutto un circolo, routinario come questo maledetto mondo: ti illudi di poter star meglio in un luogo nuovo, circondato da persone nuove. E allora fai di corsa le valigie, scappi in un posto mai visitato prima, mandi tutto all’aria per ripartire da zero, cammini per strade sconosciute sentendoti libero e rinato, sorridi a volti che vedi per la prima volta, ti senti leggero, senti che questa sia la volta buona, che quello è il posto, il momento, la persona. È. Ma, ancora, volti l’angolo della prima strada che imbocchi ed ecco che ad attenderti c’è sempre la stessa, inconfondibile, instancabile, solita, tristezza. E si riparte col senso di vuoto, con tutti i “ma dove ho sbagliato”, “cosa ho io di sbagliato”, “sarò mai in pace con me stesso”, con il senso di smarrimento, il sentirsi fuori luogo, inadatto, confuso, con i “ma dove sto andando”, “chi credo di prendere in giro”, “non ne uscirò mai”, con la paura di doversi trascinare appresso questo coltello nel cuore per tutta la vita, come se non ci si potesse fare niente. E poi si torna a stare meglio. E poi si sprofonda nuovamente nel buio. Ed è tutto un alternarsi di speranze e disillusioni. Speranze. E disillusioni. Ma il senso di vuoto resta lì, a farsi spazio tra le viscere, a fotterti il cervello instillandoti pensieri tormentati, un po’ come la tua persona. A farti chiedere perché, mille perché a cui risulta difficile trovare parole che possano dare l’illusione di una consolazione. Solo dubbi. Solo dubbi e tormenti. Sei piccolo, sei un misero, insignificante essere umano che cerca di lottare contro qualcosa più grande di lui, qualcosa che si è insinuato ancor prima della sua coscienza, qualcosa di cui è pregna questa terra. E alla fine arriva la stanchezza a sbiadire i pensieri e mettere a tacere ogni tentativo di cercar risposte. Ma è solo una tregua momentanea. Si sa che domani tutto si ripeterà come sempre: forse la tristezza non starà ad aspettare in cucina, forse sarà in salotto, o nella stessa camera da letto. Ma ci sarà.
Non te ne liberi. Della tristezza, dico, non te ne liberi.

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Informazioni su Miriana

"Perché sfotti così la tua bellezza?" le chiesi. "Perché non ci vivi insieme, e via?" "Perché la gente pensa ch'è tutto quel che ho. La bellezza non è niente, la bellezza non dura. Non lo sai quanto sei fortunato, tu, a essere brutto, ché se a qualcuno gli piaci, così sai che è per qualche cosa d'altro."
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2 risposte a Tristezza.

  1. dario ha detto:

    Non so esprimermi bene a parole ma tu ci riesci tantissimo e credo che adesso ogni giorno avro’ qualcosa di bello da leggere e di sentirmi meno solo ti ringrazio di esserci ciao dario

    • Miriana ha detto:

      Scusami ma non mi arrivano le notifiche dei commenti. Anche perché in realtà scrivo a tempo perso, non penso che qualcuno legga questo blog. Ma grazie davvero per le tue parole.

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