Leggimi.

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“Ehi, tu. Sì, dico proprio a te. Vorrei parlarti un po’, chiunque tu sia, ne ho bisogno. Non importa il motivo per cui sei qui e ti sei fermato a leggere le mie parole. Lo stai facendo e basta, credo non conti altro. 

Cos’è che spinge qualcuno a prestarsi all’ascolto? Ad accorgersi dell’altro e a decidere di accoglierlo. Chi è che è pronto ad accogliere me, invece? O, forse, sarebbe meglio dire r-accogliere. Ci sono ancora volte in cui sento che la bambina che vive in me prende il sopravvento, si impossessa del mio corpo e lo invade di un triste bisogno di essere cullata. È in quei casi che crolla tutto, maschere e difese. Le sicurezze no, per fortuna, quelle ormai sono ben custodite, anche se a volte tentennano ancora. Eppure ogni volta non riesco a capire come possa quel debole soffio d’anima creare quell’uragano. È come un vortice senza fine in cui tu sei perennemente in mezzo, fissa in quel punto in cui vedi tutto intorno a te ruotare e ti è impossibile afferrare qualcosa. Aggrapparti a un punto fisso. No, non ci sono punti fissi, né ancore di salvezza, né mani che decidono di venire in tuo aiuto. Ti resta solo una roteante fissità contro la quale non puoi far altro che chiudere gli occhi. E poi ti chiedi perché la notte non dormi ed hai difficoltà ad addormentarti, non capisci perché proprio di notte saltano fuori quei momenti di disarmante lucidità. Il fatto è che è proprio il buio a tenerti sveglia. Il buio di quando chiudi gli occhi, il buio della notte. Quello dei tuoi pensieri più neri, più cupi, più profondi. Quello del tuo angolo di cuore più oscuro e nascosto, quello dove custodisci la vera essenza di ciò che sei e che nessuno ha ancora avuto il coraggio di raccogliere. E i tuoi lamenti sono un po’ tutti uguali, probabilmente, ma il fatto è che il tuo mal di cuore, di stomaco, di occhi è sempre quello. Non vuole saperne di guarire. E allora ricadi continuamente nelle stesse notti tristi, quelle con la pioggia fuori e l’aridità dentro, sognando un abbraccio, una carezza, una parola. Ma alla fine ti resta solo un foglio bianco, nudo come te, da cercare di riempire con gli stessi pensieri da cui tu cerchi di svuotarti. Poi, ecco, ricordi quegli occhi, quello sguardo. Un sorriso semplice e ingenuo, quasi infantile.”

…pensieri interrotti in una tormentata notte di Novembre e ritrovati per caso negli angoli più remoti di un computer. Dove sono quei ricordi, ora? Non ci sono più quegli occhi, nessuno sguardo, nessun sorriso. Sparito tutto, così come sparisce il tempo: senza che tu te ne renda conto. 
Ma le mani della persona che ha scritto queste parole saranno state raccolte?

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Restare.

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– Aspetta. Possibile che nessuno te lo dica mai? Aspetta solo un attimo, prendi fiato un po’ con me prima di rimetterti in fuga come sei abituata a fare. Dove correrai mai, poi? In contro a cosa vai? Lo chiedi sempre a te stessa ma, ogni volta, non sai mai cosa rispondere. Fuggire per non dover restare e piantare radici. Staticità. Come se fermandosi tutto si trasformasse in una stancante, opprimente staticità. E in questa tua corsa tutto si mischia, si ingarbuglia. Il giorno, la notte, le sensazioni, i pensieri. Quand’è che si vive? In tutto questo, ti ricordi di vivere, almeno? Una vita a metà anche quella, probabilmente, come il resto di te: continuamente sospeso perché non sa mai dove posarsi, qual è l’arrivo. E così, sai nasconderti bene dall’impegno delle emozioni e dei rapporti. Una instancabile pellegrina dei rapporti umani. Vaghi di terra in terra, di persona in persona mai contenta di ciò che trovi, non basta mai. Non basta mai. Mai. Bisogna solo fuggire, contro il tempo, contro le persone, alla ricerca di un qualcosa che ancora non riesci a definire, a delineare. Te lo racconti sempre con così grande convinzione che finisci per convincere anche chi ti è attorno, ma in realtà sei solo una gran bugiarda. Nascondi a te stessa il fatto che sai cosa cerchi, sai cosa insegui. Tu lo sai bene. Sai cos’è quel desiderio di.. Quel pressante bisogno di..

– Di?

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Distanze.

Cazzo. 
Iniziare con questa parola è sicuramente un ottimo modo per attirare l’attenzione. Ma a cosa serve l’attenzione altrui se non si riesce a dire ciò che si vorrebbe? Le parole si accumulano, tappandomi la gola, e tu sembri sempre più distante. Distante. Distanza. Cos’è la distanza? Una bestia feroce che ti divora lentamente, una bestia a cui piace vederti soffrire e invece di ucciderti, quando sei ormai in fin di vita, ti lascia agonizzante. Lì. Nell’angolo in cui sei finita nel tentativo di fuggirle. Ma con la carne ormai a brandelli, come ci si può risanare? Una via d’uscita esiste? Un modo per guarire, almeno un po’. Non pretendo di tornare in forma, quello no, ma almeno imparare a sopportarlo questo dolore. Riuscire ad accettarlo. 
È colpa del cuore. È il cuore che non si acquieta. Così finisci per accorgerti che è tutto un vortice, un’infinita catena di eventi, pensieri, azioni, piccoli gesti, parole che, inevitabilmente, ti riconducono esattamente lì: nel posto dal quale cercavi di fuggire. E si ricomincia, ciclicamente. Scappi per tornare dove sei. 
Quello che non capisco, però, è come si finisce in questo circolo continuo. Come? Quando? Qual è quella sottile linea che nessuno di noi dovrebbe superare? Perché nessuno la mette bene in evidenza? Perché cazzo nessuno ti avverte mai di non oltrepassarla? E poi. E poi. E poi. 
Sappiamo tutti come va a finire. Tu qui. Lui lì. Il dolore nel mezzo. Un dolore lungo chilometri, un dolore che ha le sembianze di un’ingiustizia e che semina tristezza. Già, tristezza. Perché, tra tutto, è questa la cosa peggiore: non c’è posto per la rabbia. No, non riesci neanche più ad arrabbiarti. Ci fosse quella, almeno, un motivo per reagire lo troveresti. E invece no, solo tristezza. Ma non una qualsiasi, non è sufficiente, ti prende la peggiore delle tristezze: quella che ti lascia addosso un senso di vuoto, di schifo, di incredulità. La conosciamo un po’ tutti quella sensazione, ammettiamolo. Il problema è che ogni volta non ci ricordiamo mai come eliminarla. 
Ma a che serve parlare di tutto questo? Blatero, blatero ma sono comunque qui, immersa in un mare di fango che fingo di ignorare. Vedete? Il problema non è entrare, perché quello, in un modo o nell’altro, riesce sempre. Ma uscire? Come si esce? Come si esce? Come cazzo si esce da qui? Incastrata tra pensieri e desideri: sembra di essere su un’altalena in perenne movimento da cui non si riesce a scendere. Né a fermarsi. Ecco, fermarsi. Neanche quello. Si oscilla, ci si dondola e con il tempo questo continuo barcamenarsi da un pensiero all’altro finisce per farti sentire cullata dagli eventi. Ci si incastra così, con le nostre stesse mani: è quello il problema. 
Cazzo.

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Incontri sfuggevoli.

1402965_673167139384434_341856986_oEssere di passaggio, sempre.
Sfiorarsi senza mai toccarsi.
Ecco:
ecco quello che siamo.

Anime in fuga,
un’eterna fuga
dalla quale non possiamo sottrarci.

Anime in pena:
come la morte.
La notte.
La morte.

La notte quando scende,
buia,
sui pensieri.
Confonde.

La notte quando cade,
fitta,
sulle preoccupazioni.
Libera.

Morte e notte.
Morire di notte, quando l’anima è in pace.
Non trovare pace, mai.

Sfiorarsi,
sfiorarsi appena.
E mai, mai, sentirsi afferrati.
Anche solo per un po’,
anche solo per sbaglio.

Fuggono tutti,
da me, da se stessi.
Da questa vita che spiazza
a causa della sua bellezza.
Bruttezza.
Bellezza.

E alla fine allontana:
è la paura.
La paura di essere svelati.
Capiti.
Accolti.

Come si accoglie?
Come si fa ad essere accolti?

Maledizione!

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Storia di un abbraccio.

– Quando piangi ti si accendono gli occhi.
– Cosa?
– Gli occhi, quando piangi. Non lo so, sono più vivi.. più veri.
– …
– Sai, quando ti osservo camminare per strada, quando ti scorgo assorta nei tuoi
pensieri, quando.. Quando mi guardi, bé.. I tuoi occhi.. sono spenti, bui. Nascondono
una tristezza che non credo di riuscire a capire a fondo. E io.. in quello sguardo..
sprofondo ogni volta. È come una calamita di dolore che ti trascina sul fondo con sé. A
volte mi chiedo come tu possa contenere tutto quello strazio. Tu, con quel corpo
piccolo e fragile, che.. che a vederti sembreresti poter crollare da un momento all’altro.
Sempre più rannicchiata, più.. più ricurva su te stessa. Quasi come se quel dolore lo
volessi custodire. Quando mi guardi con quegli occhi ogni volta è come un pungo allo
stomaco.. li vedo bisognosi di quell’aiuto che non chiedi. Mai.
– …
– A volte mi chiedo se tu in fondo non abbia un po’ perso la speranza. Magari non ci
credi più.. quasi mi convinco che ti sia arresa al dolore e dentro di te sia rimasto un
terreno ormai arido.. buio. Ma poi.. piangi. Così, all’improvviso: quando tutto sembra
perso, quando i tuoi occhi appaiono spenti totalmente.. piangi. Senza fare alcun
rumore, come se avessi paura di disturbare chi è vicino a te. E allora nei tuoi occhi
cambia qualcosa. Ti osservo e vedo il tuo sguardo accendersi, prendere vita. È in quei
momenti che capisco che dentro di te c’è tutto un mondo che non è affatto arido.. Non
è.. Non è sterile. Sì, sterile.. ecco. Non lo è. So che può sembrare brutto da dire, ma
quando piangi, bé.. sì.. sei, insomma.. sei più vera. Riesco a vedere la vera te: quella
piccola, testarda bambina che ancora ci crede nel mondo, che vuole un riscatto. Il suo
piccolo riscatto per tutto quello che ha..
– Io.. non credo che..
– ..dovuto sopportare. Shh.. non parlare. Piangi.. baciami, se vuoi.. ma non parlare, non
ce n’è bisogno. Smettila di trattenerle, quelle lacrime.. Lasciale andare, libera la
bambina che è in te, fammela conoscere meglio. Perché sì, ecco.. quando piangi ti si
accendono gli occhi, ed è una sensazione bellissima. Perché poi.. se tu sol..
– Abbracciami. Ora stai un po’ zitto anche tu e abbracciami.. non voglio altro, in questo
momento, se non stare tra braccia sicure.

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Flusso di coscienza, #2.

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I periodi finiscono, così come le belle parole, le promesse, i sorrisi, le sicurezze. Passi dal tutto al nulla, in un attimo. Ti ritrovi ad essere arida, secca, spoglia fuori, mentre inizia a pioverti dentro. Una pioggia continua, grossa, interminabile. E tutto si allaga, galleggia, viene trascinato via. Il cuore che si sposta, senza trovare pace. Lo stomaco che si riempie d’acqua e non ha più spazio per il cibo. Il fegato che assorbe tutto come una spugna, ma è stracolmo di muffa. L’umidità che aumenta, diventa sempre più fitta. Si condensa. Gela. Pioggia dentro, deserto fuori. Il liquido che ti inonda da dentro e l’aridità che ti abbraccia da fuori. E in mezzo a tutto quello, come un piccolo, insignificante, puntino, tu. Sola e scarna. Persa e confusa. Ti muovi tra le sabbie mobili, cercando di nuotare per mantenerti a galla. Dentroefuori.Dentroefuori.Dentroe fuori. Non ne capisci più la differenza, sballottata tra il deserto e il mare. Il mare e il deserto. Inciampando continuamente nelle tue sofferenze. Ma cosa saranno mai, queste sofferenze? Cosa ci sarà di così difficile da non lasciarle andare? Mollarle. Liberartene, finalmente. Per sentirti libera, per non dover più accontentarti di camminare, ma per poter iniziare a correre. Come un vento che trascina, ti prende con sé e ti porta lontano. Via. Una fine che si fa inizio, muta con te e per te, per renderti sempre nuova, diversa, migliore. E via le preoccupazioni, i muri, i limiti, i punti, le frasi segmentate, quelle corte, brevi, quasi affannose, le interruzioni continue, come pensieri che si inceppano
continuamente, le imposizioni, le autolimitazioni. Lasciarsi andare, una buona volta, lasciar scorrere tutto, seguire il flusso, far tornare il sangue nelle vene, il sangue caldo, denso, compatto, sentirlo spargersi in ogni punto del corpo, fino alle estremità, per scaldare, bruciare, ardere. Accendere quel cuore, sciogliere il ghiaccio, infiammarlo fino a farlo incenerire. E ancora. Ancora. Ancora. Inondare ogni cosa con il sangue, le parole, i pensieri. Chiudere gli occhi e lasciarsi cadere, scivolare dal punto più alto della tua mente per sprofondare in quell’incertezza che accende la vita, la direziona, le dà un senso. E invece no: le sofferenze restano lì, ti osservano minacciose, ti circondano come sbarre di una prigione. Un carcere di sofferenze. Le pareti che si stringono, la stanza che si fa piccola, sempre più piccola, addirittura troppo piccola per poter contenere il tuo minuto corpo. Come un macigno sulla bocca dello stomaco che preme e ti schiaccia, ti toglie il respiro. Niente aria nei polmoni, non c’è spazio, un’apnea senza fine. Nonrespiri.Nonrespiri.Nonrespiri. E allora cerchi di vivere come puoi, rubando boccate d’aria in quei brevi attimini di calma apparente. Ma il peso è sempre lì, opprimente, che ti osserva, ti aspetta, ti sfida. Lo tieni stretto e non capisci perché. Lo butti via, ma torni a riprenderlo. Cerchi di ignorarlo, ma non ci riesci. Soffochi.Soffochi.Soffochi. Appesa a un chiodo permetti che il passato ti prenda a pugni. Non ti sposti e non reagisci, sei lì immobile, inerme, a scrutarlo nel profondo, e
intanto lui ti abbatte, ad ogni colpo respiri sempre meno. Un fiato corto, debole, silenzioso, quasi inesistente. E con quel fiato continui a destreggiarti nella vita di tutti i giorni, chiedendoti quanto manca a quel giorno in cui respirerai finalmente a pieni polmoni. Ma intanto intorno a te il vento soffia, forte e violento, e tu non riesci a volare con lui.

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Flusso di coscienza.

Fermati. 549041_569210516445239_1848957342_n
Esattamente in questa posizione.
Fermati.
E lascia che io possa ricordarti così.

Frasi telegrafiche che escono fuori da queste mani, appena prendono vita sembrano ancora più confuse. Un po’ come i pensieri, quando cerchi di capirci qualcosa, di questa vita, e loro invece si divertono a nascondersi dietro la nebbia. E tutto diventa un po’ più banale, come queste parole che non prendono forma, questi pensieri che non prendono vita. Come me, rinchiusa nella mia piccola bolla di apatia, risucchiata dalla stessa nebbia della mia testa. È come soffocare, ritrovarsi con la gola bloccata dal tuo stesso vomito. La bava alla bocca, gli occhi sempre più assenti, persi nel vuoto delle tue incertezze. Come quando il bisogno di scrivere ti fa tremare da dentro, e quello di vivere ti mangia. Mastica piano, sgretolando ogni misero pezzo del tuo essere fino a lasciare di te solo un alone. Una minuscola, schifosa, macchia di mondo, come uno sputo in mezzo a tanta merda. Come il sangue che non scorre più e si coagula, lasciando una piccola traccia di te nascosta dietro un’instabile cicatrice. E questa voglia, questa fottuta voglia, di liberarti delle tue parole, di scrollarti di dosso il peso del mondo, del passato, di quel che sei stata fino ad ora. Libera, leggera, andartene via, lontano, dove nessuno ti può trovare e dove le dighe che hai costruito dentro di te possano finalmente saltare in aria. Fiumi che strabordano, portando con sé sentimenti, emozioni, pensieri, parole, sangue e vomito, tutta la merda che hai dentro, e la dolcezza nascosta, quella che non hai il coraggio di mostrare, le tue paure, le tue convinzioni, i tuoi perché, i mille dubbi, le armature con le quali cerchi di potreggerti dal mondo; come se questo mondo non fosse realmente così tuo. Vai avanti per associazioni di idee, salti da un posto all’altro della tua anima, senza renderti conto che è troppo piccola per poterci nascondere dentro qualcosa. Allora è meglio sapere, non mentire a se stessi, cruda e nuda verità che si fa spada per trafiggere direttamente il punto centrale di te stessa, quello più nascosto e protetto. La vera essenza di ciò che sei. E rimani inerme, nuda, senza più forze, senza più voglia di muoverti, di lottare, di reagire. Rimane in te solo la voglia seguire il flusso, aprire le braccia, gettarsi e lasciarsi trasportare dalla corrente di quei fiumi, arrivare chissà dove, lontano, o forse poi non così tanto. Ma in un posto nuovo, diverso, dove guardare con occhi nuovi ed essere osservata da nuovi sguardi. Scoprirti nuovamente, saperti cambiata. E come una foto, uno scatto, una polaroid da tenere sul cuore, ricordarti così.

Com’eri e come sei.

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